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Archive for maggio 2011

Dopo le tante parole spese in queste quaranta settimane, la cosa migliore mi pare chiudere con quelle che di fatto hanno inaugurato la stagione. Era il trentuno agosto del 2010, la Serie A era appena cominciata. Questo blog era al suo primo vero post, dopo quello di presentazione. E, in attesa di risentirci per capire di che morte morire l’anno prossimo, io vi lascio con ciò che scrivevo, e immaginavo di poter prevedere, nove mesi fa quasi esatti. Per ora, buona estate. E sabato, tutti a Wembley.

L’incubo ha le fattezze di un colosso dallo sguardo torvo e dal naso roccioso, un gigante che avanza nell’ombra come un boia pronto a tagliar via con un gesto solo – una manata, anzi no, una zampata – tutto ciò che di buono t’è capitato negli ultimi tempi. Non la testa, certo, ma il tuo modo di pensare al calcio. Poi l’incubo si mette più a fuoco, e al fianco del primo colosso ne spunta un altro, meno spaventoso, forse, meno cattivo, ma ugualmente terribile. Ha la faccia da bambino, è nero nel nero. Succederà anche questo, pensi, e intanto ti prepari a ricominciare a vedere le cose come succedeva un tempo. Prima o poi doveva finire, già.

Zlatan Ibrahimovic ora è un giocatore del Milan, e con lui il Milan realisticamente vincerà lo scudetto. Ma il vero guaio è che quel pizzaiolo maledetto di Mino Raiola entro massimo un paio d’anni porterà a Milanello ancheMario Balotelli, ci scommetti, e allora vedere quei due passarsi la palla – e magari mandarsi pure a quel paese – e fare caterve di gol con addosso quella maglia sarà ancora peggio di non vincere più qualsiasi cosa si possa umanamente vincere su questa terra. Duro mestiere, quello del tifoso dell’Inter. Nella cattiva e nella buona sorte.

Dovevo cominciare così. Mi perdonerete, ma la vicenda è di quelle che segnano la pelle. Certo, dopo Ronaldo uno non s’illude più di tanto su nessuno, ma quando ti tolgono il gusto di identificare un giocatore con la tua idea di passione ti tolgono quasi tutto il gusto del calcio. Kakà all’Inter non mi sarebbe piaciuto. Ma al Milan ragionano da multinazionale, e nelle multinazionali non si guarda in faccia a nessuno. Piuttosto quel che mi irrita di più in questa storia è che il Milan s’è comprato Ibra con i soldi che Berlusconi ha risparmiato grazie a una legge che ha permesso alla Mondadori di non pagare qualche buon centinaio di milioni di euro che presumibilmente avrebbe dovuto al fisco. Ma si sa, questo Paese è tutto un sistema di scatole cinesi. Sollevi un coperchio e vedi la Sua faccia, ne tiri via un altro e c’è sempre Lui. Anzi, il pallone in teoria dovrebbe essere l’ultimo dei nostri pensieri. Ma guardate che Lui il pallone lo usa ancora come strumento di consenso. Prende Ibra, magari prende pure (quella chiavica di) Robinho, e il gradimento riprende a salire, almeno in una certa categoria di persone.

Che ossessione, Berlusconi. Ma in questo Paese c’è anche dell’altro, anche se non molto altro, e nel nostro calcio pure. E una giornata di campionato non è abbastanza per esprimere anche un solo giudizio, ma qualche considerazione va fatta.

L’Inter, innanzitutto. Molti se la prendono già con Benitez, ma il pacioccone spagnolo non ha colpe. Al di là del fatto che siamo all’inizio e che le gambe di molti non girano ancora, s’è ritrovato una squadra logora e indebolita rispetto alla corazzata di Mourinho. Il problema dell’Inter, la stagione scorsa, non era che i suoi giocatori fossero tutti stranieri (ma chissenefrega), bensì che fossero tutti vecchi. Mou li ha spremuti fino in fondo, e adesso devono ancora riprendersi. Di giovanotti l’Inter ne aveva uno solo, che per inciso era anche il suo unico autentico fuoriclasse, e si chiamava Mario Balotelli. Uno squilibrato, forse, ma fortissimo. Ad avere un po’ di sale in zucca, avrebbero venduto, per appena qualche milione in meno, il trentunenne Milito e si sarebbero tenuti lui, ma quei geni della Curva Nord non lo avrebbero permesso, di liberarsi dell’eroe di Madrid che minacciava di andarsene già venti secondi dopo il fischio finale della finale. Insomma, se non gli comprano nessuno in questa manciata d’ore che ci separa dal termine del mercato, Benitez potrà fare ben poco. Con Ibra, il Milan può vincere lo scudetto, nonostante tutta la paccottiglia che si ritrova alle sue spalle. In Europa vattelappesca. Ma in ogni caso scordiamoci i fasti degli anni passati.

E la Juve? La Juve ha fatto un mercato da Sampdoria, spendendo un sacco di soldi per una serie di giocatori mediocri che non la risolleveranno certo dalla polvere in cui si sta rotolando dai tempi di Calciopoli. Krasic, Pepe, Quagliarella, Martinez, Aquilani, Motta, il discreto Bonucci. E adesso Borriello, dicono. Ma magari s’accontentano d’arrivare quarti, chi lo sa.  La sconfitta di Bari, certo, non stupisce chiunque capisca anche solo un minimo di calcio.

La Roma, invece, poveretta, alle prese con le solite beghe societarie, non sa ancora di che morte andrà a morire. Adriano è già rotto, e non credo che aspetterà molto prima di lanciarsi a capofitto nella movida romana. Gli altri, come quelli dell’Inter, invecchiano, e c’è qualcuno, tipo De Rossi, che sembra aver perso completamente il senno, perlomeno quello calcistico. Speramo bbene.

Di tutte le altre per ora non è il caso di parlare. Dico solo che secondo me ilGenoa è un bluff (molti acquisti, nessun colpo), il Palermo ha un attacco stellare e la Samp rimane una squadra tosta. Ci si risente tra un paio di settimane, quando sarò più breve e meno sentimentale, lo prometto. Per l’inizio, e per un inizio del genere, non potevo fare altrimenti.

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Ricordo piuttosto bene quel 5 maggio 1991. Alla quartultima giornata di campionato, si giocava a Milano Inter-Sampdoria. I blucerchiati, in testa alla classifica, erano avanti di tre punti, pronti a festeggiare il primo, clamoroso scudetto della loro storia. La radio rimandava la cronaca di una partita a quanto pareva giocata meglio dai padroni di casa, con occasioni, gol annullati in sospetto fuorigioco ed episodi dubbi in area di rigore avversaria. L’Inter di Trapattoni doveva vincere, e attaccava, la Samp di Boskov voleva pareggiare, e si difendeva. Pagliuca (che allora era ancora il portiere dei liguri) migliore in campo, quindi, e un doloroso epilogo firmato dai gol in contropiede di Dossena e Vialli, con tanto di calcio di rigore sbagliato dal maestoso Lothar Matthaus nel mezzo. Era la Sampdoria di Vialli e Mancini, di Cerezo e Dossena, di Lombardo e Mannini. Un anno dopo perse la Coppa dei Campioni in finale contro il Barcellona, e per me fu goduria pura. Il maligno livore degli sconfitti, sapete. Oggi, a vent’anni da quello scudetto, la Samp retrocede. Era già successo una dozzina d’anni fa (nel 1999, e in Serie B sarebbe rimasta quattro anni), ma stavolta fa ancora più impressione. Non più in là del settembre scorso i blucerchiati si giocavano l’ingresso alla fase finale della Champions League con i tedeschi del Werder Brema, non riuscendo a centrarla per una questione di centimetri. Quello che è successo dopo ovviamente lo sappiamo tutti bene. Cassano e Pazzini via, nessuna guida tecnica solida, un organigramma societario sbriciolato. La fine drammatica consumatasi ieri io l’avevo prevista già un paio di mesi fa, in tempi non sospetti. E, benintesi, mi dispiace. Ai vecchi rivali si augura sempre o quasi sempre il male, ovviamente, ma è fondamentale cimentarsi nello stesso agone. Quando la Juve andò in Serie B, per esempio, io ci rimasi malissimo.

Va beh, dai.

Ok, scherzavo.

Comunque, se la Samp scende vuol dire che il Lecce resta su, e io credo che i salentini se lo siano meritato. All’inizio della stagione nessuno c’avrebbe scommesso un soldo, con quell’attacco da batteria leggera e tutto lo stuolo di sconosciuti schierato agli ordini di De Canio. Invece il Lecce ha giocato bene, in casa ha dato filo da torcere a tutte le grandi o presunte tali e alla fine s’è tolto pure la soddisfazione di andare a festeggiare la salvezza espugnando il San Nicola dell’odiato Bari. Stagione da incorniciare, non c’è che dire.

Quanto al resto, rimane solo da assegnare il quarto posto, buono per i preliminari di Champions. All’Udinese basta un pareggio al Friuli contro il Milan, mentre la Lazio dovrà vincere proprio a Lecce sperando nell’improbabile blitz rossonero. Il vantaggio della squadra di Guidolin dipende dalla differenza reti, che gli scontri diretti non premiano nessuna delle due: 2-1 a Udine, 3-2 a Roma, e la regola Uefa non conta. Alla fine toccherà ai friuliani, e, dico io, giustamente. Come giustamente s’è chiamata fuori la Roma, sul cui harakiri – quanto su quello della Ggiuventus – aspetto il resoconto di chi mantengo a libro paga.

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Gli uomini veri

Non c’è più molto da analizzare, a questo punto. Però è arrivata l’ufficialità dello scudetto, e questo impone di spendere qualche parola sul Milan. Che ha vinto come non avrebbe potuto non fare. Grazie a una serie di fattori, ovviamente, ma più che altro grazie a Ibra. Già l’ho spiegata, la mia teoria: per metà campionato Zlatan ha trascinato la squadra, e l’ha convinta di essere in grado, dopo non si sa più quanti anni, di portare a casa la posta piena. Nel frattempo dietro ai rossoneri s’era già creato il vuoto, e quando con l’avvicinarsi della primavera il molosso svedese ha cominciato a perdere qualche colpo – la condizione fisica, la depressione post-eliminazione europea, tutte cose viste e riviste – il Milan aveva acquisito una sua identità e una notevole fiducia in se stesso. A quel punto c’ha pensato Pato, e c’ha pensato soprattutto il plotoncino di mediani che Allegri ha deciso di schierare a schermo di una difesa sorprendentemente non costretta a fare i conti con la latitanza di Nesta. E insomma, con un Inter da barzelletta, una Roma sempre più vittima delle proprie isterie e una Juve sgonfiatasi già a Natale, non poteva finire che così. Il Napoli ha retto finché ha potuto, l’Udinese ha sgommato per tre mesi prima di sbandare paurosamente dopo la sosta di fine marzo, la Lazio, poraccia, s’è squagliata proprio sul più bello. Ora rimane da assegnare il quarto posto per la Champions, e se non andasse ai friulani sarebbe veramente un’ingiustizia. Chissà che ne pensano i miei collaboratori.

Poi c’è la questione salvezza, con lo psicodramma che ha investito in pieno la Sampdoria. Io lo dicevo già da un paio di mesi, che i blucerchiati rischiavano grosso. Adesso, dopo il derby crudele di domenica sera, hanno almeno un piede in Serie B, come si usa dire in questi casi. Saranno due giornate di fuoco, comunque, quelle che ci separano dal termine del campionato. Domenica prossima, a occhio e croce, anche il Cesena potrà festeggiare la sua salvezza. Forse dovrà aspettare ancora, per paradosso, il Bologna che si proclama salvo da due mesi festeggiando a suon di sconfitte, ma è chiaro che a giocarsela saranno solo Samp e Lecce. L’impressione è che non andrà sprecato nemmeno uno dei centottanta minuti che mancano. Vediamo cosa succede tra cinque giorni, intanto: a Genova arriva un Palermo senza più ambizioni di sorta, mentre i salentini vanno nella tana dei leoni, ovvero in casa di quel Bari che vincendo il derby di Puglia potrebbe dare un ultimo ma non banale senso alla sua stagione. Pensate che gusto, per i biancorossi, portarsi nella tomba anche gli odiati cugini. Da brividi. E l’ultimissimo giro di giostra, poi, offre un altro piatto gustoso: le due contendenti che se la vedono con le due romane. Della Samp chiamata ad affrontare la sete di rivalsa della Roma condannata un anno fa all’ennesima seconda piazza dalla doppietta di Pazzini si è già detto. Resta da capire, d’altro canto, in quali condizioni giungerà la Lazio alla sfida del via del Mare col Lecce. Se avrà bisogno di punti per puntare ancora al quarto posto, sarà una partita al cardiopalma. A risentirci.

p.s.

Sorvolo sulla questione Gattuso-Abate. Non è la prima volta che il Milan dà dimostrazione di aplomb britannico dopo una vittoria (ricordate Ambrosini dopo l’ultima Champions), e non sarà l’ultima.

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Quel gol di Mannini a tempo scaduto potrebbe aver deciso le sorti di tutto il plotoncino di squadre impegnate nella lotta per non retrocedere. Se la Sampdoria non fosse riuscita a raggiungere il pareggio contro il Brescia, adesso avrebbe gli stessi punti del Lecce, 35, due più degli stessi lombardi. Invece quella lunghezza misera che divide i blucerchiati dal terzultimo posto ha tutta l’aria di essere un bottino preziosissimo. Mentre la squadra di Iachini, poco fortunata nelle ultime due giornate contro Milan e Samp, vede ridursi le proprie speranze al lumicino. O meglio, dico io, le vede svanire. La logica sembrerebbe dire che vincendo le tre partite che gli rimangono da giocare il Brescia avrebbe ancora la possibilità di salvarsi. La verità, però, è che non succederà. Né l’una né, temo, l’altra cosa. Quindi, ragionevolmente restano a scornarsi in tre per l’ultimo posto. Lecce, Sampdoria e Cesena. E qui, per forza, entra in scena il calendario.

A proposito di Cesena, sabato pomeriggio ho assistito coi miei occhi al suicidio (non di massa, poi vi spiegherò perché) che i romagnoli potrebbero finire per pagare molto caro. Al termine di una partita brutta, giocata molto male dall’Inter lenta e scriteriata di Leonardo e interpretata bene dagli uomini di Ficcadenti, vi hanno raccontato le cronache, il baldanzoso giovanotto col sette stampato sul retro della sua casacca nerazzurra ha deciso di scatenarsi e di ribaltare il risultato. Doppietta del Pazzo, e la pazza Inter si rialza. Già. Ora, che Pazzini abbia segnato due gol in pieno recupero è un dato di fatto difficilmente contestabile. Però, date retta a me, la svolta è dipesa non tanto dalla sua presunta voglia di rivalsa dopo il lungo digiuno quanto dall’infausto ingresso in campo del franco-tunisino Yohan Benalouane, a cui è toccata in sorte una manciata di minuti da giocare al posto dell’idolo della curva Ceccarelli, romagnolo doc che a giudicare dal ciuffo e dai begli occhi di ghiaccio nelle estati in Riviera deve far faville. Ebbene, il ragazzino, entrato in campo con uno sguardo scoglionato che non faceva presagire niente di buono, si è letteralmente squagliato al cospetto dei due guizzi di Pazzini, uno che peraltro non è proprio un fulmine di guerra. Quel che si dice la concentrazione. Fare giocare l’ultimo scampolo di partita a un difensore è sempre un rischio notevole, stavolta è stato letale. Per paradosso l’Inter deve ringraziare la mediocrità di Santon: se non fosse così scarso all’insorgere dell’ennesimo attacco di crampi di Ceccarelli Ficcadenti avrebbe fatto entrare lui, lasciando Pellegrino al centro della difesa. E invece, povero Benalouane, è andata così.

Adesso, comunque, la zona calda si fa ancora più calda. Se ne sono tirati definitivamente fuori Chievo e Parma, che a questo punto domenica pareggerà a Bologna per la gioia di mezza Emilia. Il Catania, invece, ha davanti un’autentica finale: se non perde a Brescia, in pratica, è fatta. Anche perché poi avrebbe la Roma in casa e l’Inter a Milano, sulla carta non proprio delle passeggiate. Io al Cholo un punto glielo regalerei volentieri, che c’entra, ma non si sa mai. Comunque, più giù del Catania e del Bologna – non appena più giù: ben tre punti più giù – c’è il Cesena, che, sprecato il match point con l’Inter, dovrebbe cercare di vincere almeno una delle partite che le rimangono, tra le due trasferte a Cagliari e Genova (coi grifoni) e lo scontro diretto al Manuzzi col Brescia. Vincerne una e pareggiarne un’altra, anzi: non una mission impossible. Restano Samp e Lecce, quindi. I doriani, adesso, hanno il derby. Poi il Palermo in casa, teoricamente un impegno semplice, e infine la Roma, in odore di Champions e col dente avvelenato, all’Olimpico. Tutto dipende dalla stracittadina, ho l’impressione. Vincerla significherebbe salvezza praticamente certa. Perderla sarebbe da psico-dramma. Pareggiarla rinvierebbe tutto. Anche perché dall’altra parte c’è un Lecce che domenica ospita il Napoli al via del Mare, poi ha il suo, di derby, a Bari, e infine la Lazio, ancora in casa. Cammino ostico, pure questo. Vedremo.

Del Milan non c’è bisogno di parlare, la zona Champions la appalto ai miei due fidati collaboratori. Tutto il resto è noia, ovviamente. Anche il Clasico di stasera al Camp Nou. Sulla partita d’andata, a proposito, avevo promesso una parentesi. Eccola qua. Io, come sapete, mouriniano non lo sono mai stato. Anzi. Quindi sono al di sopra di ogni sospetto se dico che il due a zero azulgrana del Bernabeu è dipeso in tutto e per tutto da un’espulsione sbagliata. Non in mala fede, ci mancherebbe (per cui i deliri post-partita di Mou neanche li commento). Il guaio è che i giocatori del Barça hanno questo brutto vizio di fare sceneggiate, e nessuno, mi sa, riuscirà mai a toglierglielo. Ricordo il modesto Busquets lo scorso anno contro l’Inter: a Madrid s’è ripetuto, seguito dall’altrettanto modesto Pedro e da Dani Alves. I merengues, in compenso, erano completamente esaltati, giocatori e pubblico. Ne è venuta fuori una partita che somigliava più a una corrida, disciplina che certe volte mi dico essere ancora la più consona all’intemperante e focoso e adorabile pueblo spagnolo. Tecnicamente parlando, non s’è visto niente di bello. A me il Barcellona non mi diverte neanche quando gioca bene, figuriamoci quando gioca male. Quanto al Real, beh, il primo tempo ha fatto il catenaccio, nel secondo, fino al rosso a Pepe, se l’è cavata un po’ meglio. Comunque, gran delusione. A parte il secondo gol di Messi, direte voi. Sì, un po’. Ma a me gol così, oh, m’annoiano. Il ragazzo è un fenomeno, certo, un extraterrestre. Ma i giocatori che mi fanno innamorare sono altri. Datemi Rooney, piuttosto, uno che sa giocare a pallone, che sa sempre qual è la cosa giusta da fare, non uno slalomista. Dozzini l’impopolare, insomma, Dozzini il solito, tracotante impopolare. E così sia.

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