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Archive for febbraio 2011

Maglie firmate in bianco

E al termine della consueta crisi isterica di massa, stavolta recitata al proprio meglio da tutti gli attori protagonisti e non protagonisti, è arrivato l’altrettanto massivo suicidio dell’armata Brancaleone giallorossa. Povera Maggica. Io dopo la partita con l’Inter l’avevo detto, che la squadra s’era sfaldata malamente. Ricordate? Ma un epilogo del genere, così rapido e così violento, non se lo sarebbe aspettato nessuno. E così adesso la Roma si trova in una situazione di blocco totale e incondizionato, da cui sarà difficilissimo uscire. Perché senza più Ranieri a fare da parafulmini alle bizze e agli sfoghi dei tanti galletti dello spogliatoio, il rischio è quello di triturare chiunque e qualsiasi cosa – qualsiasi abbozzo di progetto – venga proposto o prospettato dalla società. Tre mesi. Tanto manca alla fine di questa stagione tribolata, poi, se tutto va bene, arrivano gli americani. L’unico obiettivo rimasto non è, come si sarebbe tentati di dire in questi casi, salvare un po’ di dignità, ma piuttosto svenarsi pur di mantenere un posto in Europa per l’anno venturo. Altrimenti sta’ a vedere che dall’altra parte dell’Atlantico non ci ripensano. Insomma, considerando che dopo il ko all’Olimpico di mercoledì scorso andare a far pirateria in terra ucraina tra due settimane sembra decisamente al di là della portata di questa squadra, la Roma deve riuscire a tutti i costi a raddrizzare la barra in campionato o almeno a vincere la Coppa Italia. In realtà forse nella mente di giocatori e società da adesso dovrebbe esserci solo una partita, ossia la semifinale con l’Inter. Vincendo quella, infatti, non sarebbe garantito solo l’accesso alla finale, ma, probabilmente, anche quello all’Europa League. Facile che dall’altra parte, nella doppia sfida utile per aggiudicarsi lo psuedo-trofeo, finisca il Milan presumibile campione d’Italia. Insomma, amici romanisti. Non sarà un altro derby a salvare la vostra stagione.

Poco altro da aggiungere sulla Roma, se non che mi dispiace sul serio. Ammetto che ancor di più, però, m’è dispiaciuto vedere i giocatori del Milan esultare con quelle patetiche divise addosso, ieri. La firma di Berlusconi sulle maglie indossate a Verona ha tratto in inganno l’arbitro Banti,che deve averle scambiate per dieci assegni in bianco, riuscendo nella titanica impresa di non vedere uno dei falli di mano più lampanti del campionato (secondo forse solo a quello di Boateng sul calcio di punizione di Miccoli in Milan-Palermo; diretta, guarda caso, proprio dal fischietto livornese) da quattro metri, e di fronte. Certo, se Robinho fosse stato in tenuta rossonera sarebbe stato meno facile, spiegare di essersi semplicemente sbagliato. Così Banti è indifendibile. Se ha ceduto anche Barbareschi, avrà pensato, perché non dovrei farlo io? Uno sgarbo del genere all’uomo più potente d’Italia proprio nel giorno della sua festa non lo si poteva fare, ecco. Dozzini il dietrologo, dunque. Ma stavolta di dietrologia non c’è bisogno, e ripeto il concetto già espresso nella decina di altre occasioni in cui quest’anno il Milan è stato favorito dai direttori di gara: non si tratta di complotto, ma di ragionevole realismo.

Certo, anche il gol con cui l’Inter ha battuto il Cagliari era da annullare. Fuorigioco enorme quanto complicato da individuare in presa diretta, con tutto quel balletto di difensori e portieri e attaccanti presi a far la quadriglia tra la linea di porta e il limite dell’area piccola. Insomma, io dico che qui il delitto è colposo. Lì (cioè a Verona), c’è odore di dolus. Senza contare che cinque minuti prima del gol interista l’arbitro s’era scordato di concedere alla squadra nerazzurra un rigore limpido per un fallo su Thiago Motta – come ne era mancato un altro a Firenze, nel recupero. Datemi retta, io quest’anno sono davvero al di sopra di ogni sospetto, all’Inter gli arbitri non l’aiutano, e di sicuro non quando si tratta di competere con il BerluTeam. Per il resto, l’autogestione dell’era Leonardo sembra essere giunta a un punto di rottura. La squadra è sfiatata, di impronte tattiche nemmeno a pagarle, il baratro è dietro l’angolo. La voragine potrebbe aprirsi già mercoledì contro un Bayern in ottima salute, temo. Spero di sbagliarmi.

E il Napoli? E la Juve? Poche parole, quest’oggi. Due sul Napoli: senza Lavezzi, con Cavani in riserva, vince lo stesso; non arriva al big match di Milano nella migliore delle condizioni, ma lunedì prossimo potrebbe venir fuori comunque una partita divertente; almeno nello spirito. Una (parola) sulla Juve: catatonica.

Hasta luego.

 

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E così la Juventus quest’anno ha vinto la sua Coppa dei Campioni. Inter battuta nella solita fredda e opaca serata torinese, nuovo fomento al fuoco della continua rappresaglia post Calciopoli e un colpo deciso alle ambizioni di rincorsa nerazzurre. Risultato che non fa una piega e che giunge al termine di una partita brutta e nemmeno troppo nervosa, una partita che la Juventus ha voluto vincere a tutti i costi e che l’Inter ha affrontato, come spesso le capita da quelle parti, col freno a mano innestato. I padroni di casa hanno tirato fuori il massimo da quello che avevano in corpo – non è un caso che abbiano dovuto giocare gli ultimi venti minuti quasi in dieci: se si fanno tutte e tre le sostituzioni così presto è perché chi sta in campo si spreme allo stremo – e sono riusciti a capitalizzare l’unico e marchiano errore del buon Ivan Ramiro Cordoba, sfoggiando un calcio brutto e muscolare da provinciale che vuole e  sa far male alle grandi. Dall’altra parte, una squadra senza nerbo né idee, infreddolita e disorientata da una guida tecnica che si fa ogni giorno più volatile. La più grande delusione di Leonardo, immagino, sarà quella di aver perso uno a zero e non quattro a tre o cinque a quattro, per il resto c’è una cosa buona più di ogni altra a testimoniare il suo modo di vedere il pallone, e cioè l’insistenza cieca e pazza su Thiago Motta come frangiflutti presunto davanti alla difesa. Al suo cospetto anche uno come Aquilani, ieri, sembrava veloce. Comunque, non si illudano gli juventini: non è grazie a loro che l’Inter non vincerà lo scudetto. La mia analisi sui nerazzurri è la stessa di sempre, e a condannarli già non sono tanto i punti che li separano dal Milan quanto l’inconsistenza materiale del progetto. Tra l’altro, sui tanto sbandierati nuovi acquisti di gennaio temo di dover cominciare a sbilanciarmi. Lasciamo perdere Kharja, a cui stava bene il ruolo che aveva prima (e cioè riserva al Genoa), ma pure Pazzini e Ranocchia non mi sembrano davvero gente su cui puntare tutto per il futuro – e senz’altro non valgono i quaranta milioni che sono stati pagati. Quanto a Nagatomo, ancora non ci sono margini per un giudizio. E la Juve? Vinta la Coppa Campioni il rischio è che la pancia sia piena (ne sanno qualcosa proprio gli interisti, no?). Io non penso proprio che arriverà tra le prime quattro. E neanche tra le prime cinque, se è per questo. Però Matri vale Pazzini, su questo stiano tranquilli Marotta, Del Neri, il compagno Marchionne e l’acuto Agnelli superstite. Insomma, il ragazzo non è stato un cattivo investimento. Altro che Grande Punto.

 

E perciò, presa tra le quattro pappine del Milan di sabato e la caduta dell’Inter di ieri sera, la manifestazione policentrica delle donne italiane non ha scalfito neanche un po’ il pubblico consenso del nostro presidente del Consiglio in carica. Travolgere il Parma in casa non è impresa titanica, ma il profumo di scudetto fa bene all’immagine di un uomo di successo come il Cavaliere, che alla fin fine, facendo due conti, non se la passa poi così male. Qualche piccola professionista in meno, qualche tifoso in più, il parco voti mica cala troppo.

 

E non sarà certo il Napoli, lo sapete, a mettere in discussione la cavalcata rossa e nera. Corsareggiare all’Olimpico, di questi tempi, non è così proibitivo. Dovete fidarvi di me, no? Che v’avevo detto, una settimana fa? La Roma è una squadra allo sbando, Ranieri ha perso il bandolo della matassa. La Maggica è attesa da tre mesi di Purgatorio, speriamo solo che la musica cambi – anche giusto il tempo di passare almeno un turno – in Champions.

 

Già, la Champions. Domani si torna a fare sul serio, in Europa. E se la Roma ha l’occasione di risollevarsi con gli ucraini di Lucescu (attenzione, però, lo Shakhtar non è niente male), il Milan si ritrova ad affrontare un Tottenham privo dell’arma letale Bale. Fortuna? Diciamo che poteva andar peggio. Vero, signor B?

 

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Ma il calcio, ragazzi, è un’altra cosa. Il romanzo del calcio, per chi ne capisce, non ha bisogno che si aggiungano espedienti narrativi di bassa lega, la sua bellezza sta nell’architettura e nella sintassi, nell’intelligenza, nella logica, nell’estro che si fa eccezione e non regola. Pim-pum-pam, partite che sembrano operette futuriste, gol a grappoli, errori su errori, andamenti farseschi che fanno gridare di gioia chi non ha né coscienza né memoria di quel che dovrebbe essere il gioco del pallone al suo meglio.

Insomma, Inter-Roma non è stata una festa, ma una ridicola commedia. Una farsa, appunto. Due squadre senza né capo né coda che si gettano fumo negli occhi a vicenda senza raccapezzarcisi mai troppo. Leonardo continua a predicare il suo verbo: scendete in campo, divertitevi e fatene almeno uno più degli altri. Tutti pensano ad attaccare, nessuno, tranne Julio Cesar e i due stopper, a difendere. La conseguenza non può essere che questa, pim-pum-pam da una parte e pim-pum-pam dall’altra, e finché dura, dirà qualcuno, che ti lamenti a fare. Invece mi lamento eccome, da interista e da osservatore, perché quest’Inter è più simile a una barzelletta che a una corazzata, e certe bestemmie tattiche (tipo Thiago-vacca sacra-Motta mediano davanti alla difesa) dimostrano l’insipienza di un tecnico che non ha alcuna carta in regola per fare questo mestiere. Il povero Leo, persona colta e perbene, mica uno gli vuole male, che c’entra. Il discorso è un altro.

Da parte sua Dead Man Walking Ranieri – lo sanno anche i sampietrini dei Fori Imperiali che l’anno prossimo sulla sua panchina si siederà Carletto Ancelotti – mi sembra invece entrato in una sorta di crisi di identità. Nel giro di pochi mesi è riuscito a fare della Roma qualcosa che la Roma non è mai stata, almeno negli ultimi anni. Una volta, ricordate, la Roma giocava bene ma pagava in termini di fatica e lucidità la sua folle velocità di pensiero ed esecuzione. Poi, diciamo l’anno scorso, la Roma giocava maluccio ma rendeva, era squadra solida e con pochi fronzoli. Adesso, invece, la Roma gioca male e dà tutt’altro che un’impressione di solidità. In parte è pure una questione di giocatori, certo (Burdisso e Julio Sergio sono da galera, e non da ieri), ma il fatto è che non si può pensare di affidarsi in tutto e per tutto a quei tre, peraltro bravi, davanti. Non so, io credo che Ranieri abbia perso la bussola. Peccato, perché nella Roma un po’ io ci credevo.

 

Credevo poco, invece, alla possibilità che il Milan non vincesse neanche ieri. I fatti mi smentiscono, i modi, al contrario, mi danno ancora ragione: Ibrahimovic magico nell’uno a zero, Van Bommel, a modo suo, pure nell’uno a uno. Che dire, i rossoneri sono arrivati al punto più basso dall’inizio del loro progetto di fuga. Non so da quanto non succedesse, ma oggi quella che potenzialmente è la loro più diretta inseguitrice, ovvero l’Inter, è padrona del proprio destino tanto quanto lo sono loro. Allegri e gli altri ripetono da tempo: dipende solo da noi, se le vinciamo tutte lo scudetto è nostro. Ecco, da adesso la stessa cosa la può dire anche l’Inter. Non un buon segnale per il Berlusca Team, anche se sapete tutti come la penso sulla corsa al titolo.

 

Da cui continuo ad escludere il Napoli, per le ovvie ragioni di sempre. La vittoria di ieri contro il Cesena, anche se arrivata più agevolmente rispetto a quelle, sempre in casa, di Inter e Milan contro i baldanzosi romagnoli, dice poco o niente. Vediamo che succede sabato a Roma, poi se ne riparla.

 

E vediamo, chiaro, cosa succede domenica a Torino. La Juve arriva alla partita che può salvare una stagione con grande euforia, gol nuovi di zecca e risentimenti antichi da spendere al meglio per abbattere i sogni di rimonta degli arci-nemici in casacca nerazzurra. Non credo che sarà un’altra gragnuola di gol, non lo credo proprio. Ma mi immagino una partita divertente, in un modo o nell’altro.

 

Lasciatemi lanciare un grido di dolore per il calcio italiano tutto, infine. Guardate i centrocampisti convocati da Prandelli insieme a De Rossi per l’amichevole contro la Germania: Aquilani, Montolivo, Thiago Motta, Nocerino, Giovinco, Mauri, Palombo. Povero Capitan Futuro. Quasi quasi, penserà, è meglio quando gioco con Simplicio e Greco.

 

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Secondo me per un attimo s’è lasciato trasportare dal caschetto. Chivu, intendo. Nella foga agonistica s’è reso conto che non c’è alcun motivo al mondo per cui a indossare un imballaggio del genere debba essere un calciatore e non un pugile dilettante, per cui ha preso e s’è tolto lo sfizio di mettere al tappeto Tizio (o forse Caio, non so) Rossi. Che, poverino, ricordo perfettamente al netto dei due incisivi superiori in una partita con la Sampdoria di qualche anno fa. Non un ragazzo fortunato, diciamo. Anche se i segni del cazzotto di ieri resteranno più impressi sulla fedina, diciamo penale, del rumeno che sulla sua faccia. E chissà che da queste quattro giornate di squalifica l’Inter non tragga più vantaggi che altro. Per come intendo io il calcio, sì. E ve lo confesso, vedere un giapponese con la maglia nerazzurra mi intriga parecchio. D’altronde c’abbiamo provato con tutte le etnie: Georgatos il greco, Gresko (maledetto) lo slovacco, persino Centofanti il molisano. Ora, Yuto Nagatomo da Saijō. Fantastico.

 

Venendo al calcio giocato e non menato, sull’Inter che vince in casa dell’ultima in classifica c’è poco da aggiungere. Test poco probante, pensate che la squadra di Leonardo non ha neanche preso gol. Forse se fosse rimasta in dieci per mezz’ora ci sarebbe pure riuscita, ma non ne sono così sicuro. Credete che debba esprimermi anche sull’arbitro? Spesso i pugni, in area o fuori, non si riescono a vedere. Non gliene farei una colpa. Non troppo grave, insomma. Della serie: ha sbagliato, certo; ma per non aver visto.

 

Il Milan, invece? Zero a Zero con la Lazie, il doppio palo di Ibra e poco altro. Pure qui, sugli scudi c’è soprattutto la violenza. Quella del ceco Kozák, che ha fatto fuori mezza difesa rossonera. La stimmate apertasi sulla fronte di Legrottaglie, ne converrete, ha qualcosa di soprannaturale. Secondo me fa parte del suo percorso di crescita spirituale. Poraccio, pure lui. Ci mancherebbe. Però, pensateci: Legrottaglie come Padre Pio. Non è il suo sogno, dopotutto?

 

E la Juve, la Juve? Ve l’avevo detto che andava a Palermo a farsi sorpassare. E il bello è che domenica prossima rischia di fare tris: se perde col Cagliari al Sant’Elia i sardi la raggiungono. Udinese-Palermo-Cagliari, un incubo. E dopo c’è l’Inter. La madre di tutte le partite, per i bianconeri oggi come lo era per i nerazzurri una volta. Divertente. Comunque, tornando alla partita di mercoledì, è chiaro che il fallo di mano di Bovo era da rigore. Da qui alla teoria del complotto arbitrale, però, ce ne corre. E mica poco. Dai, tifosi juventini. Scherzavate, vero? Ma sì, scherzavate. Io lo so. Allora a posto.

 

Infine, Napoli e Roma. La sconfitta della banda Mazzarri a Verona è fisiologica e tutt’altro che inattesa. Sapete come la penso: incompleta la rosa, con difesa e centrocampi modesto e pochi ricambi davanti. Per cui, il peggio deve arrivare – e arriverà quando Cavani scadrà di forma, suppongo.

La Roma, invece, è la solita squadra di ghiaccio. Nel senso che si squaglia non appena si alzano un po’ le temperature. Adesso, con gli americani che scalpitano, l’aspetta la super-sfida di domenica contro l’Inter a San Siro. In ogni caso, sarà un bel vedere. Anche perché se non sbaglio in campionato la vittoria nerazzurra manca da un bel po’. Ci divertiremo. Vorrei solo poter leggere i pensieri di Totti quando si ritroverà ad incrociare sul campo Nagatomo. Pagherei, davvero.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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