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Archive for gennaio 2011

Pazzo lui, pazza l’Inter, certo. Quale migliore spunto per i titoli dei giornali di oggi. Pensate che noia se Giampaolo Pazzini fosse entrato senza riuscire a incidere minimamente su una partita già ampliamente compromessa come quella di ieri. E invece no, la stampa esulta, gli interisti pure. Gli interisti, scriverà qualcuno oggi, riprendono a sognare. Sarà. Il risveglio, dico io, potrebbe essere davvero brusco. L’avete vista, ieri, Inter-Palermo? Più che una partita, un romanzo d’appendice. O, se volete, scapoli contro ammogliati. Non date retta a chi vi parla di spettacolo, di visi aperti e di magia del calcio. La verità è molto semplice: di fronte, a San Siro, c’erano due squadre incapaci anche solo di concepire la fase difensiva, dotate di attaccanti di valore e allenate da due tecnici che sono l’uno il contrario dell’altro. Il primo, l’ex natante da fontane Delio Rossi, ha tutti i mezzi e l’esperienza per dare un’idea di organizzazione ai suoi, ma, semplicemente, deve arrangiarsi con il materiale umano che ha. Quindi: barricate dietro e contropiede. Il secondo, la persona perbene Leonardo Nascimento de Araùjo, sa di non poter far altro che dire ai suoi amici, accidentalmente anche giocatori, di andare in campo e cercare di farne uno più degli altri. Non è il caso di parlare di tattica o di strategia, al massimo di psicologia. Solo un appunto: Coutinho è un caso da orfanotrofio. Vederlo rimbalzare sugli avversari e di tanto in tanto anche su un pallone grande la metà di lui, ieri, era qualcosa di imperdibile. Povero Rafa.

 

Comunque, la rimonta interista di ieri (che ricorda solo vagamente quella, sì epica, condotta dal Chino Recoba contro la Samp un’altra domenica di gennaio, ma di qualche anno fa) ha il solo merito di non far allargare a dismisura la frattura aperta tra la vetta e la sua inseguitrice più accreditata. Insieme alla Roma, naturalmente, che adesso con l’Inter non condivide solo il numero di punti in classifica, ma anche quello delle partite da recuperare. Ancora per un paio di settimane i loro nomi li vedrete evidenziati in rosso, presumibilmente appaiati e appena sotto (o appena sopra) quello della Lazio: potenzialmente le lunghezze di distacco dal Milan sono sei, mica roba dell’altro mondo. Però molto dipenderà anche da quello che succederà a Roma in queste ore, dall’esito a cui giungeranno le tormentate vicende societarie di cui la Maggica è in ostaggio ormai da anni. Magari arrivano gli americani, e con loro qualche dirigente assennato e in grado di architettare un progetto tecnico come si deve. I soldi temo di no, ma chissà che con qualche romano in meno in organico non ci si riesca a liberare anche di un po’ di isteria.

 

E mentre il Napoli di Cavani continua a galoppare a ritmi francamente inattesi (ma la Sampdoria di oggi è un’armata a dir poco in disarmo) e la Lazio, daje daje, non perde ancora i colpi che tutti ci aspettiamo cominci a perdere da un momento all’altro, la Juventus crolla un po’ di più di quanto non fosse già crollata nelle scorse settimane e si ritrova fuori dalla zona coppe, giustamente sorpassata da un’Udinese che in questo momento è senza dubbio la compagine migliore del campionato (negli ultimi venti giorni ne ha fatti quattro al Milan, quattro al Genoa, tre all’Inter e due appunto alla Juve, non raccogliendo un filotto pieno di vittorie solo grazie al solito Ibra). Io non ho molto da dire, la rosa bianconera è quella che è e con gli infortuni si fa ancora più triste. Mercoledì, poi, si va a Palermo, dove si rischia un altro sorpasso, e un conseguente ottavo posto. Un gennaio da incubo, che somiglia inquietantemente a quello di un anno fa.

 

Infine, i primi. Il Milan che vince a Catania impressiona più di quello che, per dire, vince il derby. Perché, lo dicono tutti ma non è un luogo comune, sono queste le partite da vincere se si vuole lo scudetto: nel Sud profondo, nel pieno dell’inverno, con un uomo in meno. Quindi, un passo, notevole, in più. Grazie a Ibra, ovviamente, e nonostante lo psicopatico Van Bommel si sia già fatto riconoscere meritandosi non due ma almeno tre cartellini gialli in un’ora di gioco. Adesso arriva anche Legrottaglie, che se non altro si porterà con sé un po’ di grazia divina. Il Diavolo e l’acqua santa, già.

 

A molto presto, che domani si rigioca già.

 

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Com’è che si concludeva il mio ultimo post? Che faccio, mi autocito? Ma sì, stavolta mi sa che è necessario. “Non penso tanto al Cesena del recupero di mercoledì, quanto all’Udinese che ospiterà l’Inter al Friuli domenica prossima all’ora di pranzo. Il mio pronostico è questo: prima battuta d’arresto dell’era leonardiana ed euforia di nuovo sotto i livelli di guardia”. Insomma, l’Inter ha perso, così l’operazione rimonta si fa improvvisamente, e di nuovo, proibitiva. Non credo che fosse così difficile pronosticare un risultato del genere, sono abbastanza onesto da ammetterlo, quel che voglio fare adesso è proseguire sulla strada tracciata già da qualche settimana. L’ho vista, la partita, ieri, e ho avuto la conferma di quel che pensavo già: l’Inter gioca in autogestione. Non c’è traccia di un ordine tattico vero e proprio, non c’è il segno dell’allenatore. Anzi, meglio, non c’è un allenatore. Leonardo è amico di tutti, e l’impressione è che l’unica cosa che abbia detto ai giocatori dell’Inter sia qualcosa di simile a “andate in campo, cercate di ricordare come giocavate l’anno scorso e divertitevi”. Loro, ovviamente, sono contenti, d’altronde divertirsi è la cosa migliore che possa capitare nella vita. Però per vincere un campionato ci vuole di più. L’Inter di ieri ha espresso la stessa impotenza dell’ultima Inter di Benitez. Con un’aggravante, però: quell’Inter era infarcita di riserve, a questa mancavano “solo” quattro titolari. Certo che quando a metà del secondo tempo Leo ha provato a dare una scossa inserendo il povero Biabiany per il letargico Motta è suonato un campanello d’allarme mica da poco. Forse Rafa non aveva tutti i torti, si sarà detto a quel punto il brasiliano. Già. Chiudendo sull’Inter: il futuro è scritto. E con calligrafia alquanto sbiadita. L’obiettivo, quest’anno, può essere solo uno. E si chiama terzo posto. Doloroso, ma indiscutibile.

 

Non che là davanti si dia sfoggio di questa grande autorità. Il Milan, innanzitutto, fatica all’inverosimile per sbloccare il risultato contro il Cesena, e ci riesce solo allo scadere del primo tempo grazie allo sciagurato Pellegrino, al secondo autogol in una settimana. Senza Giaccherini, espulso un po’ troppo disinvoltamente mercoledì nel recupero contro l’Inter, i romagnoli hanno comunque fatto il loro. Poi la fortuna e Ibra hanno sistemato le cose. Ma nel frattempo, attenzione, s’è rotto Nesta. Non so se con Bonera e compagnia bella la difesa rossonera saprà reggere reparti offensivi meno miseri di quello cesenate. Comunque, riecco i tre punti e riecco un po’ di ragionevole ottimismo. Lo Zlatan-Milan è più favorito che mai.

 

Non sarà il Napoli, ripeto, a stargli addosso fino alla fine. Cavani segna sempre, è vero, e Lavezzi pare più continuo – e concreto – di quello delle passate stagioni. Un po’ di sano entusiasmo alla partenopea non guasta, però per puntare al titolo ci vuole ben altro. Resta solo da capire quando si verificherà la frattura decisiva col vertice. Dubbio che riguarda non solo gli azzurri, ma anche la Lazio (e il ko di ieri è un buon indizio) e la Juve. Febbraio, dico io, sarà decisivo.

Zitta zitta, invece, c’è una Roma che orbita nei dintorni della testa della classifica. Sei punti da recuperare a questo Milan non sono un abisso, e i giallorossi a San Siro, sponda rossonera, sono già passati da corsari. Pure sabato contro il Cagliari non è stato tutto questo bel vedere. Ma che importa, la turbolenta banda Totti ultimamente vince ancor più spesso di quanto litighi, e quindi perché non provare a sperare? E poi, se per una volta i miei amici romanisti se la prendessero a morte col Milan, anziché con l’Inter, non mi dispiacerebbe affatto.

 

 

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Adesso non venite a dirmi che il campionato è riaperto. Non è vero. E non tanto perché il Milan sia una corazzata in grado di riprendersi al più presto dalla misera serie inanellata da appena prima di Natale ad oggi (una vittoria, due pareggi, una sconfitta). Il Milan continuerà così, tra alti e bassi, ma finché la salute di Ibra non vacilla ogni demone potrà essere ragionevolmente scacciato. E poi c’è il richiamo di preparazione in Dubai, ci sono le gambe pesanti in attesa della Champions, una comprensibile flessione fisica dei vecchietti che fanno mucchio dietro alla forza straripante dello svedese. In ogni caso no, non è per il valore inarrivabile dei rossoneri che il campionato, dopo la giornata di oggi, non è seriamente riaperto. Il pareggio di Lecce (peraltro siglato dallo stesso Ruben Olivera che aveva inchiodato sull’uno a uno anche l’Inter di Benitez nel pieno della sua caduta agli inferi un paio di mesi fa) avvicina quasi tutte le inseguitrici, ma non deve illudere. Non il Napoli, che al San Paolo contro la Fiorentina ha sparato a salve, come un cannone ingolfatosi dopo la serata pirotecnica di domenica scorsa. Non la Lazio, non la Roma, non la Juve, che ieri hanno vinto tutte con grande fatica e poco merito. Non l’Inter, che ben presto si ritroverà, vedrete, alle prese con le pile dell’entusiasmo riportate al massimo da Leonardo di nuovo scariche. Io dico che per il momento cambia poco. Il Milan sta vivendo una mezza crisetta, non ci sono dubbi, ma là dietro non c’è nessuno che dia l’impressione di poterlo insidiare sul serio. È il fattore Z, date retta. Magari verrò smentito, ma con le carte che abbiamo oggi sul tavolo il pronostico non cambia. Se il Milan non vincerà lo scudetto sarà perché il Milan avrà perso lo scudetto. Tutto qui.

Ma veniamo brevemente allo specifico. Anzi, agli specifici. Il Milan, quindi. Che in un campo difficile come quello di Lecce non riesce a capitalizzare la solita magia di Ibrahimovic e si fa rimontare dall’ex juventino Olivera, già giustiziere dell’Inter non troppe settimana fa (e la rete dell’uruguaiano arriva in maniera molto simile a quella di allora: stessa porta, stesso corner da destra; non di testa, stavolta, ma di piatto). Stavolta gli sgoccioli di partita non hanno sorriso alla squadra di Allegri, come invece era successo a Cagliari e domenica scorsa contro l’Udinese. Il dato di fatto è che senza il gol di Strasser al Sant’Elia e il quattro a quattro di Ibra all’ultimo respiro di sette giorni fa a San Siro oggi staremmo a commentare il secondo punto conquistato dai rossoneri nelle ultime quattro partite. Più che un campanello d’allarme, dicevo, un dato di fatto. Molto peggio di così, però, andrà difficilmente.

Ad ogni modo non sarà il Napoli abulico di sabato ad approfittarne. La squadra di Mazzarri sta facendo un campionato al di sopra delle sue possibilità, a mio modo di vedere, così come la Lazio di Reja. Certo, essere arrivati oltre il giro di boa in queste condizioni infonde fiducia ad azzurri e biancocelesti, e le loro soddisfazioni se le prenderanno, uni ed altri. Se continua così, a litigarsi addosso e a giocare al piccolo trotto sfruttando tutti i bonus di buona sorte, poi, non ne approfitterà nemmeno la Roma, che ieri ha vinto con un gol fortunoso e probabilmente irregolare, e che non è riuscita a sbarazzarsi di Adriano e Pizarro, zavorre che potrebbe continuare a pagare care. E infine non guardate alla Juve: i tre punti di ieri fanno morale, certo, ma confermano solo che nella lotta per la zona Champions i bianconeri si faranno valere fino alla fine.

Chiudo con l’Inter (che sabato ha sbloccato il risultato con un gol in fuorigioco netto), se non altro perché per il momento è ancora dietro a tutte le altre. Nove punti e due partite in meno rispetto al Milan, in teoria potrebbe stargli davvero col fiato sul collo. Miracoli della cura Leonardo, come no. Io dico solo che ok, i giocatori prima giocavano svogliatamente, mentre oggi si divertono a dimostrare che il problema era Benitez e nessun altro. Paraculi viziati? Fate voi. Però, al di là di questa scossa elettrica data dal brasiliano perbene che in tutta la sua vita ha allenato per non più di sette mesi, non penso ci siano le basi per una vera rincorsa. Certo, non nego che non sarebbe così male. Ma sto con la saggezza del mio vecchio babbo: vinciamo le prime e poi cominciamo a perdere di nuovo colpi, disse in tempi non sospetti. Con i cambi d’allenatore in corsa, dopotutto, di solito succede così. E le insidie assumono già sembianze ben chiare. E colori chiaroscuri. O meglio, bianconeri. Non penso tanto al Cesena del recupero di mercoledì, quanto all’Udinese che ospiterà l’Inter al Friuli domenica prossima all’ora di pranzo. Il mio pronostico è questo: prima battuta d’arresto dell’era leonardiana ed euforia di nuovo sotto i livelli di guardia. E no, non è scaramanzia. Sul serio.

Statemi ben.

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La prima vera notizia di questo scampolo di 2011 è che il Milan riesce a vincere senza Ibrahimovic e a non vincere con Ibrahimovic. Dopo l’1-0 strappato faticosamente a Cagliari al netto dell’ingombrante presenza dello svedese è arrivato questo 4-4 da playstation sigillato proprio all’ultimo respiro dal piedone di Zlatan. La combinazione dei due elementi – la notizia appunto – solo teoricamente potrebbe far riflettere: la verità è che Ibra determina le sorti della squadra rossonera ancor più della distrazione, peraltro perdurante, dei guardalinee che si ritrovano a giudicare i centimetri che separano gli attaccanti milanisti dalla soglia mortifera del fuorigioco. Dopo la giornata di ieri il Milan è ancor più il favorito per la conquista dello scudetto. A suo favore depone innanzitutto la fortuna che lo ha aiutato a non soccombere al cospetto di un Udinese come al solito brillante in fase offensiva quanto svagata in fase difensiva. Dei quattro gol milanisti, infatti, due sono arrivati a tempo scaduto (uno nel primo, uno nel secondo tempo), uno su autorete clamorosa e un altro su fotocopia della zampata vincente cagliaritana di Strasser (assist di Cassano, conclusione in fuorigioco, stavolta di Pato). Insomma, ieri il Milan avrebbe dovuto ragionevolmente perdere, e se non è successo qualcosa vorrà pur dire. Poi, guardando agli altri, se ne ricava uno scenario alquanto desolato, in cui gli unici a poter ridere davvero sono il Napoli e il suo infuocato popolo.

 

Tanto Cavani non se lo sarebbe aspettato nessuno, nonostante la solidità dimostrata nel suo passato palermitano e i segnali incoraggianti – eccomi: sono pronto per le grandi ribalte – lanciate al Mondiale. Segna sempre, l’uruguagio, e alla Juve ne fa addirittura tre. Certo, in questo momento la difesa bianconera non sembra esattamente la più impenetrabile del campionato, ma saperla schiantare nel modo in cui l’ha fatto lui merita comunque un riconoscimento. Detto ciò, il Napoli visto quattro giorni fa a Milano contro l’Inter non ha la minima possibilità di inserirsi in una lotta al vertice. Gli servirebbero almeno due centrocampisti e due difensori di qualità, per essere competitivo, e se arriveranno non arriveranno certo a gennaio. Comunque, una bella storia. Difficile non esserne contenti, per quel che il Napoli rappresenta nella storia del calcio italiano. Quanto alla Juve, in due partite ha dilapidato molto del buono che aveva certosinamente accumulato in quasi mezza stagione. Quattro sberle dal Parma, tre dal Napoli, e via. Con un Quagliarella in meno e un Toni in più la situazione non può che essere destinata a peggiorare, mi sa. Staremo a vedere se il mercato porterà qualche pezzo più pregiato, ma onestamente pare difficile che nella sessione invernale si possano compiere grandi operazioni.

 

La delusione maggiore, ma non proprio inaspettata, arriva dalla Roma. Che, come sapete, a mio avviso è la principale candidata a contendere la prima piazza all’armata Zlataniana. Non inaspettata, dico, perché i segnali emersi nelle ultime partite non erano rassicuranti. Una Roma che vince giocando male non si vede quasi mai, anche se Ranieri in questo paio d’anni ha provato a invertire la tendenza. Però a tutto c’è un limite, e poi ieri, certo, c’è stato il suicidio del sopravvalutatissimo Juan, disinvoltura brasiliana e sguardo triste che oggi, immagino, sarà quasi da suicida.

 

Infine l’Inter di Leonardo, che vince con grande sofferenza e merito pressoché nullo. Catania è un campo difficile, è vero, il tecnico brasiliano è arrivato da una settimana e con Benitez questa partita l’Inter l’avrebbe senza dubbio persa. Queste le note positive. Ma tutto il resto racconta di una squadra che difficilmente potrà scalare più di qualche posizione. La mia idea è che arrivare tra le prime tre, quest’anno, per i nerazzurri sia già un piccolo successo.

 

Ok. Buona prima vera settimana di vita da un mese a questa parte.

 

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Il Milan che vince fa bene all’Italia, dice Silvio Berlusconi. Quindi, italiani, tifate per il Milan. Beh, c’è chi deve prenderlo sul serio, come ogni altra volta che gli capita di aprir bocca e sentenziare. Magari di solito non ce n’è bisogno, ma quando, che so, per esempio non gioca Ibrahimovic il sostegno del maggior numero di rappresentati del popolo possibile fa comodo eccome. Insomma, il gol del ragazzino africano col cognome da slalomista svizzero era in netto fuorigioco, ma perché, si saranno chiesti arbitro e guardalinee della partita di Cagliari, fare del male all’Italia? In questo momento, poi, con la crisi che, come dice Tremonti, non accenna a mollare la presa. Per cui tutti contenti, il Milan ha vinto e l’Italia oggi sta un po’ meglio di ieri. Io per adesso non sono ancora uscito di casa, ma scommetto che quando andrò a comprare il pane verso mezzogiorno saprò subito rendermene conto. La gente per strada, la perennemente imbronciata e peraltro simpatica fornaia, il florido re dei pizzaioli perugini intento a scaricare pummarola dal suo macinino color arancio, chiunque avrà tutt’altra cera. Sicuro. E adesso che ci penso mi sento un po’ meglio anch’io. Diavolo di un Silvio.

 

Altra faccenda ghiotta sarebbe quella che riguarda Felipe Melo, psicopatico a piede libero che da poco più di un paio danni dà bella mostra di sé nel campionato italiano e con la casacca verdeoro del Brasile. Ieri giusto l’ultima puntata della saga dei suoi atti folli: scarpata in faccia a un qualsiasi operaio del calcio italico, il dimesso marchigiano, tra l’altro con un remoto e fugace passato nella Juve, Massimo Paci. Poi sono arrivate le pappine degli ex di turno veri, Giovinco bum, Giovinco bum bum, Palladino bum bum bum. Non un granché, come ripresa, per la Vecchia Signora, resta giusto il sospetto che Paci fosse iscritto alla Fiom e Felipe Melo abbia solo obbedito a ordini di scuderia. Ah, giusto un’annotazione. Il serbo atomico c’è ricascato. Anzi, è ricascato. In aria, in perfetto stile Biondi (Matt): meno male non gli hanno dato rigore, altrimenti si sarebbe beccato un’altra manciata di giornate di squalifica. La nota positiva, insomma, nella giornata di ieri c’è anche per gli juventini. Peccato per Quagliarella, invece. Mi sa che ne riparliamo non troppo prima di Natale.

 

Con la Lazio inchiodata al nulla dal Genoa dell’ex Ballardini, poi, passiamo subito ai concittadini in giallo e rosso. Che soffrono, vanno sotto, rimontano e vincono. Come? Per l’ennesima volta in questa stagione, mi ritrovo a fare l’esempio del “e se fosse successo a parti invertite?”. Ci sto pensando da un po’, ma credo che nel caso in cui il secondo e il terzo gol della Roma li avessero convalidati al Catania, a quest’ora staremmo parlando di ben altro che di calcio: un commando di tifosi della Curva Sud sarebbe sbarcato in Brasile, avrebbe fatto irruzione nel carcere in cui è imprigionato Cesare Battisti e lo avrebbe prelevato con la forza per portarlo al cospetto del presidente del consiglio. Al quale lo avrebbero offerto in cambio di dieci punti, almeno dieci punti di bonus in campionato come parziale risarcimento per una storia, quella romanista, gloriosa quanto scandita da soprusi e vessazioni. Il guaio è che avrebbero toppato di grosso. Ora come ora, per l’Italia, la priorità è che vinca il Milan. Mica Battisti.

 

Infine, l’Inter di Leonardo. Ovvero una squadra in autogestione che fa finta di credere di poter giocare e vincere anche senza un allenatore, esattamente come vorrebbe Moratti, e che al primo tentativo ci riesce. Faceva tenerezza, ieri sera, il povero Leo. Mai visto quel tipo di reazione sugli occhi di un allenatore dopo i gol segnati dai suoi. Sapeva di avere le telecamere addosso, e che quindi tutti si aspettavano qualcosa da lui. E il qualcosa è stato tipo: “Oh! Lo vedete che se vi impegnate siete ancora capaci?”. Con tanto di melliflua scrollatina di testa. Come un bambino secchione alla catechesi lasciato dal prete solo coi propri compagni svogliati che riescono a recitare a memoria l’Atto di dolore. Per vincere ha vinto, l’Inter, e non avrà fatto bene all’Italia ma quanto meno ai suoi tifosi depressi sì. Solo che la barzelletta Leonardo, un brav’uomo che come dimostra la sua storia tra i tanti doni ricevuti al momento di metter piede sulla terra non ha avuto quello di sapere allenare una squadra di calcio, continuerà su toni molto diversi già a breve. Detto questo, se dio vuole le feste sono finite. Per cui, andate finalmente a divertirvi.

 

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