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Archive for novembre 2010

Mentre il Perugia, laggiù in Interregionale, si ritrova a vedersi rinviata la seconda partita in sette giorni causa nubifragio, cominciano a saltare le prime gare per maltempo anche in Serie A. Oddio, l’unica che ieri non è stata giocata a dire il vero è Bologna-Chievo, ma datemi solo una persona, a parte l’arbitro e scommetto il prefetto, che pensasse che fosse il caso di far disputare Brescia-Genoa. Ormai da qualche anno è un’abitudine. Ma sono io che mi sbaglio o fino a qualche tempo fa una partita rinviata era un evento rarissimo? Non ho davvero ricordi, o ne ho pochissimi, di casi del genere nella mia infanzia e nella mia adolescenza – e sì che di pallone mi occupavo non poco. Sarà l’ammalamento del pianeta, chissà.

 

Restando agli incontri che si sono giocati, c’è da registrare un complessivo rallentamento di tutte le squadre che fino a ieri andavano a cento all’ora. Il Milan, dicono giocando piuttosto bene, non va oltre l’uno a uno in casa della Samp: Ibra non segna, ma fa l’assist del momentaneo vantaggio a Robinho. Un buon punto, anche perché dietro non ne approfittano. Non che chi stava immediatamente dietro al Milan potesse coltivare ambizioni particolari sullo scudetto, ma la classifica, seppur parziale, ogni tanto bisognerà guardarla. Insomma, la Lazio non riesce a schiantare il Catania all’Olimpico. Brutto segno. Il Napoli, da parte sua, viene schiantato eccome dall’Udinese al Friuli, al termine di una partita pazzoide che ha fatto completamente perno sui bislacchi umori di Hamsik (la finta fatale sul calcio d’angolo che ha portato al terzo gol di Di Natale, prima del bel tiro dell’uno a tre e del rigore sbagliato, è da annali). La Juventus continua a fare quel che può, e cioè non molto: nel disperato assalto alla porta della Fiorentina andata in vantaggio all’alba della partita prima sbatte contro le parate di Boruc, poi riesce a pareggiare solo grazie a una sua papera. Ma l’inciampo più doloroso è quello della Roma, che esce dalla Favorita di Palermo frustrata nel fisico e nello spirito. Io l’avevo detto che sabato scorso, contro l’Udinese, la Roma aveva raccolto più di quanto meritato. Poi c’è stata l’epica rimonta col Bayern, ma certi sforzi, anche a livello nervoso, si sa che si pagano. Insomma, non era così difficile aspettarsi un passo falso in terra sicula. Certo, una partita così sa di ridimensionamento. Forse sarà stata fatale la bestemmia, emblematica nella sua natura, che si è materializzata negli ultimi tempi nell’ambiente giallorosso: Menez? Meglio di Pastore. Come no. Inguaribili.

 

Infine, due parole sull’Inter. La partita non l’ho vista, ma dagli high-lights, dalle cronache e dai racconti, posso dire con una certa sicurezza che si sia trattato di una di quelle vittorie rocambolesche e infondate che tanti pomeriggi d’autunno hanno animato in un non recente passato. Col Twente la squadra di Benitez ha giocato male, e ieri pure. L’identità non c’è ancora, la nuttata non è passata, e occorre mettercisi davvero d’impegno per evitare di fare brutte figure ad Abu Dhabi. Senza quei due autogol con cui ha ribaltato il risultato, per dire, non so ieri come sarebbe finita. Va beh. Giornata interlocutoria. Succede, ogni tanto.

 

 

 

 

 

 

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Il brutto anatroccolo

Sei mesi fa esatti, il 22 maggio 2010, i tifosi interisti toccavano l’apice degli ultimi quarantacinque anni di storia. Oggi, passato mezzo anno da campioni d’Europa in carica, ritrovano finalmente la loro dimensione. Certi pomeriggi un po’ così, come quello di ieri, con una squadra molle e incapace di arrecare anche solo la minima offesa sul campo di una provinciale veloce, cattiva e fortunata, con una pioggia battente da resa dei conti, un terreno di gioco da terza categoria, un presidente in ebollizione, mancavano da troppo tempo. Io credo che i tifosi interisti, in un certo senso, ieri abbiano quasi tirato un sospiro di sollievo. Non è facile reggere la parte dei vincenti, degli spacconi, dei marziani, per chi è abituato, da sempre o quasi, a patire. Non per troppo tempo, quantomeno. E tutto sommato penso che molti, come me, aspettassero con timore da parecchio il momento in cui tutto avrebbe cominciato a incrinarsi, in cui la bolla sarebbe esplosa. Che l’Inter, prima di tornare ad essere il buon vecchio brutto anatroccolo, sia riuscita a vincere la Coppa Campioni è uno strabiliante regalo di commiato che ha voluto fare ai suoi sostenitori. Forse pochi pensavano che il naufragio sarebbe arrivato così presto, dopo solo sei mesi. Ma vi devo dire la verità. Non fa così male. Sarà che la pancia era davvero piena, e in fondo vuoi mettere il gusto di vincere quando non vinci non dico mai, ma almeno da un po’? Quest’anno l’Inter dovrebbe avere la dignità di passare la mano senza isterismi, e cominciare a riprogrammare per il futuro. Io la vedo così. Anche per una questione di immagine. Insomma, non lo caccino, il piacioccone Benitez. Perché forse non sarà il migliore degli allenatori di questo mondo, ma di sicuro non è neanche peggio di molti altri che siedono su panchine prestigiose almeno quanto la sua. E poi è una persona per bene. Al netto di tutto, la sua unica vera colpa è stata quella di non pretendere che la società gli comprasse chi gli doveva comprare. Questo, oltre ad avergli negato risorse alla luce dei fatti evidentemente necessarie, l’ha pure delegittimato di fronte a tutto l’ambiente. Interno ed esterno. I giocatori non gli danno retta. La stampa lo tratta come un idiota. Ma è che Moratti non l’ha mai amato, e adesso non faticherà troppo a liberarsene, vedrete. Lo caccerà, Twente o non Twente. Ma se questo deve proprio succedere, vi prego, non ditemi che lo sostituirà con Leonardo. Sarebbe davvero la fine.

 

E il campionato? Il campionato ha preso una delle pieghe che poteva prendere. Il Milan ha Ibra, e quindi è favorito, dissi. Eccovi serviti. I rossoneri giocano piuttosto male, hanno una rosa modesta e vecchia, ma quando c’è Zlatan ci scappa sempre qualcosa. Senza contare che alla bisogna una mano dagli arbitri timorati di dio (e sapete di che dio sto parlando) non manca mai. Per cui, i conti tornano.

Dietro, la Juve sbuffa, ma il motore è quello che è. Ieri ha vinto grazie a due autogol di Eduardo (il secondo più netto del primo: Krasic crossa, se non interviene il portiere la palla finisce comprensibilmente in fallo laterale), oltre la zona Champions non può proprio andare. Idem per Napoli e Lazio, mentre la speranza, per tutti coloro a cui vedere di nuovo lo scudetto cucito sulle maglia del Diavolo dispiacerebbe un po’, è riposta solo e soltanto nella Roma. Che i giocatori ce li ha, anche se sabato – l’ho vista tutta, la partita – ha vinto senza meritare di farlo. Bensì grazie a fortuna e non poche decisioni arbitrali sbagliate. Detto ciò, chissà. La Maggica, in fondo, sta sempre là.

 

Ok. Quel che dovevo dire l’ho detto. Solo una cosa da aggiungere. Non Leonardo. Chiunque, ma non lui. Ok?

 

 

 

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Manette e uomini di polso

C’è quest’immagine che rimarrà nella storia del calcio italiano più o meno per sempre. Un uomo in cappotto nero, capelli un po’ arruffati e barba incolta, brizzolati gli uni e l’altra, che incrocia le braccia davanti a sé, in alto, a mimare, apparentemente, il gesto delle manette. È Josè Mourinho, siamo nel febbraio del 2010. L’arbitro della partita che la squadra di cui è allenatore, l’Inter, sta giocando contro la Sampdoria, a Milano, ha appena espulso il secondo giocatore nerazzurro nel giro di pochi minuti. Si tratta del difensore colombiano Ivan Ramiro Cordoba, che s’è beccato due cartellini gialli a stretto giro di posta, il secondo per un fallo tattico a centrocampo. San Siro reagisce alla performance del suo vate con una pañolada, l’Inter rimane in nove contro undici fino al novantesimo, ma la Samp nemmeno prova a segnare. Finisce zero a zero, e il giorno dopo, anzi fin dalla sera stessa, Mourinho è crocifisso dai tutti i media italiani. L’arbitraggio, ribadiranno tutti, è stato perfetto. Un altro arbitro si sarebbe fatto influenzare dal clima, e dopo aver cacciato il difensore argentino Walter Samuel a metà del primo tempo avrebbe risparmiato il suo compagno di reparto Cordoba, reo di una doppia ammonizione più ingenua che altro. Invece Paolo Tagliavento è uno che ha i coglioni. Ha applicato il regolamento, senza timori reverenziali. È il migliore, diranno tutti di lui da quel momento, il migliore di tutti, e lo ribadiranno ogni volta, su ogni giornale, ogni volta che si dovrà parlare di lui. Non potrà più arbitrare l’Inter finché Mourinho siederà sulla panchina dei nerazzurri, ma il nuovo campionato segna l’inizio di una nuova era: via il portoghese, arriva il pacioccone Rafa Benitez che ha bisogno degli occhiali e non delle manette. Per cui il derby Tagliavento lo può arbitrare. Anzi, lo deve arbitrare: è il migliore.

 

Derby di ieri, quindi. Dopo poco più di un quarto d’ora dall’inizio della partita, con un Inter impaurita e involuta sotto di un gol contro una squadra che sa fare una sola cosa, e cioè l’unica cosa che può fare una squadra in cui giochi Zlatan Ibrahimovic, e cioè lanciare la palla lunga a lui e aspettare che inventi qualcosa, con l’Inter che sta perdendo uno a zero con il Milan, insomma, i rossoneri hanno già un paio di giocatori ammoniti. Si tratta di Ignazio Abate, che proprio non ce la fa a contenere Samuel Eto’o sulla sua fascia, e di Rino Gattuso, veemente e irruento e violento come al solito. A Gattuso in realtà è stato risparmiato giù un giallo piuttosto limpido prima di quello che gli è stato sventolato giustamente per fallo su Obi: aveva steso Eto’o lanciato verso l’area milanista, ma Tagliavento aveva detto che no, non era neanche fallo. A quel punto, dopo poco più di un quarto d’ora e con quell’Inter abulica e senza idee, e con quel Milan bravo a fare quel che doveva fare, palla a Ibra e parecchie botte, io faccio una riflessione. Vediamo se ce lo dimostra anche stasera, quest’arbitro, di essere il migliore. Perché sicuro Abate o Gattuso da qui alla fine del primo tempo un altro fallo da ammonizione lo fanno, e a quel punto vorrò vedere se il rigore mostrato a febbraio contro Cordoba e Mou saprà farlo vedere anche stasera contro Ringhio e la squadra di Sua Maestà il Cavaliere, questo ternano di manco quarant’anni con trascorsi non esattamente limpidi ai tempi di Calciopoli. Questa soddisfazione, come sapete, non me l’ha data. Quando Gattuso, a pochi minuti dalla fine del primo tempo, ha abbattuto Sneijder che lo aveva appena saltato un metro fuori dall’area, Tagliavento non ce l’ha fatta ad ammonirlo di nuovo, e quindi ad espellerlo. È il migliore, insomma, ma non poteva mica essere così il migliore.

 

Con questo voglio dire che il Milan non meritava di vincere un derby che poi ha comunque giocato in inferiorità numerica per l’ultima mezz’ora in virtù dell’espulsione, questa sì ingenua, dell’altro papabile di inizio match, Abate? Non voglio dire questo, no. L’Inter di ieri è una squadra spenta, allo sbando, falcidiata dagli infortuni, massacrata dagli equivoci tecnici (Coutinho non solo è un ragazzino: è un ragazzino che non diventerà mai un giocatore di calcio buono anche solo per la Serie C italiana) e tattici (no, Rafa, con tutte le scusanti del caso – infortuni, appagamento, logorio fisico e mentale dei suoi -, non ci sta capendo niente). Voglio solo dire che le qualità di un uomo, di un lavoratore, e quindi anche di un calciatore, o di un arbitro, si vedono per confronto. Rimanendo alle giacchette nere, non è azzeccando una sola decisione, per quanto importante e difficile, o tutte le decisioni di una partita, che si dimostra di essere bravi. Badate bene, il confronto di cui parlo non è quello patetico invocato da Beppe Marotta: visto che al Palermo, contro il Milan, non avevano dato un rigore sacrosanto, allora non dovevano darlo nemmeno alla Roma contro la Juve, per un fallo pressoché identico. Robe da pazzi. Pazzi. Il confronto a cui mi riferisco è sensato, e più semplice. Tagliavento, in Inter-Sampdoria di qualche mese fa, ha pensato di applicare il regolamento alla lettera: ti ho ammonito cinque minuti fa e tu fai un altro fallo d’ammonizione? E allora ti ammonisco di nuovo, e ti sbatto fuori. Ieri, di fronte a Gattuso, di fronte al Milan, di fronte a Berlusconi, non l’ha fatto. È grave? Per quanto in un luogo e in un tempo come questi possa essere grave che un arbitro sia disonesto e vile, sì, è molto grave.

 

E il campionato? Il resto? Sarà per la prossima settimana. Questa volta lasciatemi il gusto dell’invettiva, suvvia. Grazie.

 

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I realisti

Ritardo di un giorno perché ieri c’era veramente troppa carne al fuoco. E poi un calcio a questo ritmo incalzante comincio a faticare a reggerlo anch’io. Per cui mi ritrovo a scrivere della scorsa giornata oggi che si rigioca già. Ma mi perdonerete.

Insomma dopo undici partite la notizia è che il Milan è capolista e l’Inter addirittura quarta. In mezzo, due outsider come Lazio e Napoli, una in caduta libera, l’altra in ascesa. Subito dietro, la Juve, e poi la Roma. Sono tutte là. Sintomo di mediocrità, chiaro, ma per una volta dopo anni va a finire che ci si diverte davvero, a seguire la Serie A. Detto da un interista potrà suonare un po’ spocchioso, ma tant’è. Io mi riferisco a un pubblico generico, ovvio.

Il Milan. Il Milan, l’ho detto in tempi non sospetti, è una delle favorite di questo campionato. Non perché abbia una grande rosa – non ce l’ha – ma perché ha Ibrahimovic. Se poi ci si mette anche la fortuna, che ultimamente tende a prendere con una certa continuità le sembianze di aitanti quarantenni in braghe corte e casacche colorate e col fischietto in bocca, il Milan non può che diventare ancor più favorita. Vedete, la questione arbitri m’appassiona da sempre, per ovvi motivi. Ora, tuttavia, non voglio star qui a rivangare le questioni di Calciopoli, francamente sono un po’ stufo. Dico solo una cosa. E cioè che anche nel calcio, come in ogni altro settore della società italiana, chi ha potere da gestire in appalto fatica ad ignorare cosa piacerebbe facesse a chi quel potere glielo ha appaltato. O, più in generale, a chi di potere ne ha più di tutti. Perciò, dubito che ci siano piani deliberati, come invece c’erano, ed è stato ampliamente dimostrato, qualche anno fa. Semplicemente, i sudditi (e ancor più gli sbirri) sono più realisti del re. I favori, piuttosto clamorosi, goduti dal Milan sono nient’altro che lo specchio di quello che accade, o può accadere, in tutti i frangenti della vita, in Italia, di questi tempi. Sudditanza psicologica? Non proprio. Si tratta solo di compiacere il re, tutto qua. Mentre deve continuare ad essere un caso il trattamento subito dalla Juventus, ne sono certo. O volete dirmi che gli arbitri si fanno mettere in soggezione da Marchionne? Naaa.

L’Inter, da parte sua, fa una tristezza cosmica. Contro il Lecce ho rivisto una squadra ai livelli di quelle che galleggiavano malinconicamente tra sesto e terzo posto negli anni Novanta e nei primi anni Zero. La moria di giocatori è una scusante più che valida, ma il povero pacioccone se la sta vedendo davvero brutta. L’impressione è che non gli dia retta nessuno. Non i calciatori, non i dirigenti, non il presidente. E non i tifosi. Domani, e anche questo l’ho già scritto, avrà un’occasione per conquistarsi un po’ di credito di fronte a tutti. In queste condizioni sarà davvero dura, ma non si sa mai. Ogni derby è una storia a sé.

Chiudo con la Roma. Che in poche settimane, come spesso le accade, ha circumnavigato la classifica, e adesso si ritrova lì, a due punti dall’Inter e a uno dalla Juve. Che stasera avrà la possibilità di sorpassare espugnando Torino. Partita interessante, con un Ranieri sempre meno a modo e un Del Neri sempre più solido nel suo ruolo di pilota scelto per un atterraggio di fortuna. In un modo o nell’altro, mi sa che lunedì avrò parecchio materiale su cui sbizzarrirmi. Anche perché forse non ve ne siete accorti, ma domani, all’ora di pranzo, si gioca anche Lazio-Napoli. Di fatto, si scontrano le prime sei. Qualcosa, dopo, sarà cambiato di sicuro.

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Il rigore c’era, il fuorigioco pure, la spinta era evidente, l’abbraccio ancora di più. Eppure eppure eppure. Lazio-Roma, zero a due, ancora un derby pieno di rigori, ancora un derby a tinte giallorosse. Le lamentele, ovviamente, non finiranno prima di molto, molto tempo. Perché nessuno vuol perdere un derby, e a Roma meno che mani, e quando poi si perde un derby per due rigori, entrambi segnati, dopo che l’ultimo derby era stato deciso da altri due rigori, ma uno segnato e uno sbagliato, è chiaro che ti fa incazzare ancora di più. Io l’ho visto, il derby, a sprazzi ma l’ho visto. E il derby che ho visto è stato un derby brutto, parecchio, in cui si affrontavano una squadra irrigidita dal senso di responsabilità e un’altra convinta di avere poco da perdere, in fondo. Doveva essere il contrario, no? La Lazio, che vincesse o perdesse, sarebbe rimasta comunque sopra la Roma, e non di poco. La Roma, da parte sua, perdendo si sarebbe inabissata, tredici punti sotto, dopo dieci partite non si può, anzi nun se po’, manco penniente. Invece quelli tesi erano i laziali, quelli rilassati i romanisti. Guarda un po’ tu. Detto questo, e detto di nuovo quanto brutto è stato il derby, alla fine la vittoria della Roma ci sta. Perché ha giocato un po’ meno peggio. E perché l’arbitro non l’ha favorita. Il primo rigore, infatti, c’era. Il rigore su Mauri, invece, no, perché Dias era in fuorigioco netto e (iper)attivo. Probabilmente nell’azione che ha portato al secondo rigore della Roma c’era un fallo di Baptista, è vero. Ma son questioni veniali. Certo, a parti invertite una banda di mujahidin con il volto coperto da sciarpe giallorosse avrebbe sequestrato e forse già decapitato tutti i vertici del calcio italiano, nessuno escluso. Ma questa è un’altra storia.

 

E le altre? Le altre faticano, nessuna esclusa. Fatica il Milan, per esempio, che riesce a farsi fare due gol dal Bari in un momento in cui uno sarebbe portato a pensare che il Bari non potrebbe segnare neanche allo Sporting Terni. E dicono che Robinho sia stato inguardabile. Oh, davvero?

Fatica anche l’Inter, e che te lo dico a fa’, che a una settimana dall’altro derby, quello della Madunina, si fa risorpassare dai cugini in virtù di una partita che m’è stata descritta come una sorta di Caporetto. La partita è quella col Brescia: infortuni a raffica, presunti talentini evaporati (ce l’ho con Coutinho? Sì), vecchi baluardi polverizzati (Snejider? Milito? Già). Per inciso, il rigore su Eto’o non c’era, mentre ce n’era uno grande come una casa per il Bari. Sudditanza psicologica? Chissà. A giudicare dall’ennesimo penalty farlocco assegnato alla Juve, può darsi. Anzi, le sviste arbitrali a favore dei bianconeri quest’anno cominciano a essere un po’ tante. Chissà che le giacchette nere non si siano lasciate surriscaldare dalla baldanza ostentata negli ultimi tempi dal rampollo degli Agnelli. Ma non pensiamo male, che si fa peccato. E poi dopodomani è di nuovo campionato. Un buon motivo per chiudere qua la mia consueta razione di chiacchiere di giornata.

 

p.s.

Apprendo giusto adesso dell’esonero di Gasperini. Mi dispiace. Anche perché mi sa che di colpe, per il pessimo campionato del Genoa, lui ne ha poche. Ossia, dipende da quanto c’abbia messo di suo nel mercato. Che è stato disastroso: la rosa rossoblù è scarsa, ecco perché la squadra non va. Comunque, prima o poi a qualcuno doveva succedere. Quest’anno sono passate dieci giornate, mica poche.

 

 

 

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Lazio capolista vera, insomma. E che arriva al derby con dieci punti di vantaggio sulla Roma. Se vince son tredici, e a quel punto la storia del suo campionato comincerà ad avere tutto un altro senso. Se perde son sette, e allora il distacco tornerà ad apparire molto più ragionevole. A Palermo la squadra di Reja ha vinto non meritando di vincere, ma dando l’impressione, per tutta la partita, di non poter far altro che vincere. Suggestione, forse, certo. Però una certa quadratura, e lo dico dopo averla vista giocare per la prima volta nella stagione, la Lazio pare averla. Discreta dietro, pungente in avanti, per il momento tosta in mezzo. Io credo che la qualità complessiva dei giocatori non giustifichi la speranza di ammirarla lassù troppo a lungo, ma ogni tanto ci sono questi campionati in cui la lepre che non t’aspetti tiene il ritmo più alto degli altri almeno fino a Natale. Natale, ecco. Potrebbe essere la scadenza giusta. Se a Natale la Lazio è ancora lì, allora magari ci farà divertire fino a primavera. Oltre, in ogni caso, credo proprio di no. Anche se non sarebbe affatto male, lo scudetto alla Lazio. Undici anni dopo dal meraviglioso nubifragio di Perugia. Già.

 

La Roma, da parte sua, il derby lo affronta senza Totti, sempre più in crisi di nervi, sempre più specchio del romanismo. In questi ultimi tempi er Pupone sta facendo di tutto per accreditare la versione di chi lo ritiene un nevrastenico più attento ai cachet della Vodafone che dedito a cercare di gestire con dignità il suo inevitabile declino fisico. Peccato. Ma non è detta che sia uno svantaggio, quest’assenza, date retta. In ogni caso, ci sarà da divertirsi.

 

Molto divertente era senz’altro il titolo della prima pagina della Gazzetta dello Sport di domenica. “Bunga Bunga Juve”. Non male davvero (e pare che il Cavaliere non l’abbia presa troppo sportivamente). Una volta, quando le due squadre si spartivano scudetti e potere con sistemi non esattamente ortodossi, Milan-Juventus era la partita dell’anno. Ora è derubricata a sfida del blasone che cerca faticosamente di ritrovare un’importanza reale. Certo che un capitombolo del genere dei rossoneri non era facile aspettarselo. Mi pare di poter dire che l’organizzazione e l’umiltà della squadra operaia (ma non ditelo ad Agnelli, e non fatevi sentire da Marchionne) di Del Neri abbiano messo a nudo il poco che Allegri è riuscito a costruire intorno a Ibra. Pato desaparecido, Robinho sui suoi livelli (e quindi oscillante tra l’inutile e il dannoso), i vecchietti con la lingua di fuori: questa è la versione peggiore di quelle che potremo conoscere quest’anno del Milan. Ma io lo ripeto: hanno Zlatan. Per cui continuo a ritenerli favoriti.

 

Anche perché l’Inter fatica di brutto a strappare un uno a zero laddove un anno fa ne fece cinque. Anche allora mancava Milito, e quello che segnava tutte le domeniche, mica il fratello ectoplasmico che aveva iniziato questa stagione prima di farsi male per tanta tristezza. Assenze per assenze, poi, quelle del Genoa dovrebbero contare di più, considerando rose e ambizioni e valori delle due squadre. Comunque, il pacioccone Benitez è lì, quattro punti dietro a una Lazio destinata prima o poi a evaporare e davanti a tutte le altre pretendenti al titolo. Che, io credo, restano Milan e Roma. Infine, approfitto per esprimere la mia soddisfazione per il gol (sì, fortunato) di Muntari, giocatore sottovalutato da tutti e che invece, se non fosse per certe incontrollabili uscite di testa che ne minano ogni tanto gli equilibri, sarebbe un signor centrocampista. Sentite Crosetti, su Repubblica di qualche settimana fa: “Qualcuno gli dica che, dopo la partenza del memorabile Quaresma, è diventato lui l’interista più scarso in assoluto. Uno ci dev’essere, se ne faccia una ragione”. Com’è difficile capire di calcio pur scrivendone sul maggiore quotidiano italiano, dico io.

 

 

 

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